PIL Italiano 2022: frena la crescita e regna l'incertezza

 

Se a gennaio le prospettive economiche mondiali per il 2022 erano generalmente positive, con una crescita stimata del PIL del +4,7% e un’inflazione sotto controllo al 2,2%, dopo solo pochi mesi, incertezza e volatilità hanno stravolto le previsioni finora formulate.

I rincari delle tariffe di luce e gas dovuti all’esito incerto del conflitto russo-ucraino e lo spettro di una nuova ondata di Covid-19 stanno profondamente modificando il contesto economico con cui dovremo confrontarci nel prossimo futuro. Nello scenario di base, il PIL aumenterebbe del +2,9% nel 2022 e frenerebbe a un +2,2% nel 2023, mentre l’inflazione salirebbe vicina al +6,9% nei prossimi mesi. Le ultime previsioni mostrano i primi risultati concreti nel primo trimestre del 2022: il Pil italiano segna -0,2% e l’inflazione raggiunge il +6,2%, creando le basi per un pericolosissimo periodo di stagflazione (combinazione di stagnazione economica e inflazione).

Dopo le recessioni del 2008, 2011 e del 2020, oggi ci troviamo sull’orlo della quarta crisi in meno di 15 anni. L’Italia, nel caso in cui il conflitto perdurasse, dovrà affrontarla ostacolata ulteriormente dalla sfiducia al governo Draghi che vedrà il nostro paese al voto in autunno.

Ma qual è il grado di fiducia che gli stati del mondo ripongono nell’Italia per il superamento dell’imminente pericolo?

A questo proposito, Oxford Economics ha elaborato a giungo 2022 l’Economic Risk Index, un indicatore in grado di fornire un punteggio agli stati in base a 5 principali rischi: rischio di credito sovrano, rischio di cambio, rischio di mercato, domanda interna e rischio di credito commerciale. Su 164 paesi valutati l’Italia si posiziona al 40° posto. Se da una parte il punteggio complessivo di 3.9/10 (dove 10 è il rischio massimo e 1 il rischio minore) permette al nostro Paese di raggiungere la sufficienza, dall’altra non è abbastanza per poter essere allineati con la media europea.

Gli unici indicatori tenuti sotto controllo dall’Italia, ovvero conformi alla media europea, sono il rischio di domanda interna e il rischio di cambio. L’Italia dimostra di avere i mezzi e le capacità necessarie per stimolare la ripresa dei consumi post-Covid e contrastare eventuali variazioni dei tassi di cambio. Al contrario, è richiesto un intervento delle autorità italiane attraverso misure di inasprimento mirate nel medio termine per far fronte a quei rischi che presentano livelli superiori alle economie avanzate europee. I rischi in questione sono: il rischio di credito sovrano (il rischio che un governo diventi riluttante o incapace di adempiere ai propri obblighi di prestito); il rischio di credito commerciale (il rischio che una o più parti coinvolte in un credito commerciale non siano in grado di adempiere o non adempiano ai propri obblighi finanziari) e il rischio di mercato (rischio relativo agli effetti imprevisti sul valore di mercato di attività e passività).

Nel breve periodo il perdurare della guerra con le sanzioni annesse aumentano l’incertezza sulle stime di crescita basate sul buon operato del nostro paese durante e dopo la pandemia. Infatti, la performance dell’economia italiana nel 2021 è stata positiva a tal punto da permetterci di cominciare il 2022 con ottimismo e la capacità di resistere a un rallentamento temporaneo dell’economia.

Ma quando regna incertezza accade che: le imprese aspettano a fare investimenti e le famiglie ritardano gli acquisti, inoltre, l’aumento dei prezzi delle materie prime genera maggiori costi - dal valore stimato di 80 miliardi - per importare dall’estero. Questo trend negativo influenza anche le esportazioni. Il solo scambio commerciale verso la Russia è passato da 7,7 miliardi nel 2021 a 1,7 miliardi nel primo trimestre del 2022 e lo stesso vale per la Cina verso cui è stato registrato un calo dell’export da 15,6 a 3,7 miliardi dovuto al rallentamento della politica zero-Covid attuata dalla Cina.

Nel lungo periodo l'economia sarà ulteriormente frenata da due fattori principali: l'invecchiamento della popolazione e dai modesti aumenti di produttività dovuti alla lentezza delle riforme economiche.

Alla luce di questo, si aprono diversi scenari a cui l’Italia dovrà prepararsi:

 

Scenario di base

La previsione di una progressiva, anche se lenta, riduzione dei prezzi dell'energia a partire dal primo trimestre del 2023 presuppone che il conflitto militare in Ucraina non si protragga ancora. A questo si devono aggiungere però i problemi che da decenni affliggono l’economia del nostro paese, come l'invecchiamento della popolazione, i livelli di istruzione più bassi rispetto agli altri paesi e gli investimenti ridotti che manterranno lo sviluppo potenziale molto basso. La crescita del PIL sarà quindi soggetta ad un progressivo rallentamento nel prossimo biennio 2023-2024, rispettivamente +2,2% e +1,8%.

Gravi conseguenze belliche

In questo scenario le forniture energetiche russe subiscono una totale interruzione, portando non solo un ulteriore aumento dell'inflazione, ma anche una forte diminuzione della fiducia dei consumatori e degli operatori dei mercati finanziari. Tra tutti, questo scenario sarebbe quello con le conseguenze peggiori, la crescita del PIL alla fine del 2022 potrebbe non raggiungere il +2,9% e nel 2023 sarebbe addirittura negativa, segnando una recessione del -2,0%.


Nuova ondata Covid-19

Uno scenario alternativo, la cui ombra persiste tutt’ora sull’economia globale, è il ritorno della nota malattia infettiva respiratoria. L’Europa, insieme a tutto il mondo, risentirebbe della politica zero-Covid da tempo mantenuta dalla Cina, assistendo a forti ripercussioni sulla catena di approvvigionamento globale e generali aumenti dei prezzi e dei costi di produzione. Il rallentamento stimato per la crescita del PIL italiano è di 0,9% inferiore rispetto allo scenario base, seguito da una lieve ripresa nel 2024 dovuto a vincenti processi e strategie ormai consolidate per la gestione del virus.


Recessione delle economie avanzate

Le prospettive di crescita per i prossimi mesi appaiono condizionate negativamente dal proseguimento della fase inflattiva, dal deterioramento del saldo della bilancia commerciale e dalla caduta della fiducia delle famiglie. Nonostante le aspettative delle imprese mostrino ancora lievi e diffusi miglioramenti, una recessione delle economie più avanzate unita ad un esito incerto delle elezioni autunnali rallenterebbe l’aumento del numero di posti di lavoro oltre a provocare una crescita negativa dei salari reali. L’Italia si ritroverà in questo caso a fronteggiare una crescita poco superiore allo 0,5%.

Qualunque sia lo scenario con cui l’Italia dovrà confrontarsi è necessario che le risorse fornite dal PNRR siano sfruttate al meglio. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non deve essere visto come un semplice programma che mira al risollevamento dell’economia dopo la crisi pandemica, al contrario deve essere utilizzato come sostegno positivo per affrontare le numerose sfide dei prossimi anni. Il pacchetto di risorse da 220 miliardi (di cui 68,9 miliardi sovvenzioni a fondo perduto) ha il potenziale per portare l'economia italiana su una traiettoria di crescita più elevata con un impatto positivo sul PIL del +1,5%, +2% nel medio termine. Ma l'impatto potrebbe essere maggiore qualora le risorse saranno allocate in modo efficiente, puntando su una collaborazione strategica tra settore pubblico e privato, misure di produttività ad alto impatto e sul capitale umano.

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