Guerra in Iran: PMI sotto pressione. Energia e trasporti spingono i costi fino al +40 per cento. Le Imprese del settore servizi, commercio e produzione bloccano investimenti e assunzioni.

 

 

Milano, 10 marzo 2026 - Il 58% delle imprese  del settore servizi, commercio e produzione, ha già deciso di bloccare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026 per preservare la liquidità aziendale, mentre il 46% prevede di congelare nuove assunzioni almeno fino alla metà dell’anno, soprattutto se, in caso di continua escalation, i costi energetici dovessero aumentare tra il +30% e il +40% nell’arco dell’anno, mentre i costi legati ai trasporti dovessero crescere tra il +20% e il +30%, replicando dinamiche già osservate nel 2022. Questo il dato che emerge dall’analisi condotta da I-AER – Institute of Applied Economic Research su 457 PMI italiane dei settori servizi, commercio e produzione. 

Dopo l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran, il Brent – principale prezzo di riferimento del petrolio per l’Europa – è risalito sopra gli 91 dollari al barile. A spingere le quotazioni è soprattutto il timore di criticità nei traffici attraverso lo Stretto di Hormuz, corridoio strategico da cui transita circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto globali. Se l’incertezza dovesse perdurare, le stime indicano un possibile rialzo oltre i 100 dollari, con effetti a catena per le PMI. 

E i segnali di tensione non si fermano ai carburanti. Nella prima settimana di marzo anche il PUN (Prezzo Unico Nazionale) – l’indicatore di riferimento del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia – ha mostrato un forte rialzo, con una variazione complessiva di circa +29% rispetto a sette giorni prima. Sul fronte gas, il PSV (Punto di Scambio Virtuale) – principale riferimento per il prezzo del gas naturale sul mercato italiano – ha registrato a marzo 2026 un incremento di circa +49% rispetto al mese precedente.

Si tratta di variazioni molto rilevanti che colpiscono direttamente i bilanci aziendali. Nelle PMI italiane i trasporti pesano mediamente per il 6% dei costi e l’energia per circa il 4%: in totale quindi fino al 10% della struttura dei costi è sensibile alle oscillazioni dei mercati energetici. In una PMI con 10 milioni di euro di fatturato e circa 9,5 milioni di costi complessivi, energia e trasporti valgono mediamente circa 800 mila euro l’anno. Con rincari nella fascia alta delle stime questa voce potrebbe aumentare tra i 200 mila e i 300 mila euro nel giro di pochi mesi, generando un incremento complessivo dei costi aziendali tra +2,4 e +3,4 punti percentuali sul totale dei costi.

“Aumenti di questa entità – commenta Fabio Papa, professore di economia e fondatore di I-AER – potrebbero innescare un cambio di passo permanente per le PMI italiane. Quando costi di energia e trasporti crescono insieme l’impatto è duplice: da un lato i margini si comprimono perché gli aumenti entrano subito nella struttura dei costi; dall’altro devono cambiare le scelte, perché logistica e approvvigionamenti diventano più onerosi e meno prevedibili. Nei settori dove l’energia è una leva di competitività, se i costi corrono più della possibilità di adeguare i prezzi la volatilità rischia di lasciare effetti persistenti su redditività e posizionamento.”

Dalla ricerca emerge che l’impatto varia per comparto: 

Nel settore manifatturiero la tensione è ancora più evidente: il 67% delle aziende sta valutando di ridurre i turni produttivi o rallentare i volumi per evitare di lavorare con margini troppo compressi, una scelta che potrebbe avere effetti diretti sia sull’occupazione sia sulla capacità produttiva. Un’azienda del settore legno, ad esempio, con 10 milioni di ricavi e circa 400 mila euro di costi energetici annui potrebbe vedere la bolletta crescere di oltre 150 mila euro nello scenario di rincari più elevati. In contesti produttivi dove l’energia rappresenta una voce strutturale di costo, variazioni di questa portata incidono direttamente sulla marginalità operativa e rendono necessario rivedere programmi di produzione e piani di investimento. In un settore in cui, rispetto al 2025, gli ordini attualmente “in pancia” per i prossimi mesi risultano inferiori tra il -10% e il -15%. Un segnale che indica un rallentamento già in atto della domanda industriale

La pressione è particolarmente forte anche sul fronte dei trasporti. Il 57% delle imprese ha già avviato rinegoziazioni con i vettori per contenere l’aumento dei costi di trasporto, mentre l’80% sta intervenendo direttamente sui contratti commerciali aumentando il costo del trasporto applicato ai clienti o introducendo adeguamenti legati al carburante. Un meccanismo che rischia di trasferire rapidamente l’aumento dei costi lungo tutta la filiera produttiva e distributiva, con possibili effetti a catena sui prezzi finali e quindi anche sull’inflazione nei prossimi mesi.

Nel settore della logistica l’impatto dei rincari si traduce immediatamente nei conti delle imprese. Un’azienda di trasporto con circa 5 milioni di euro di fatturato e una flotta di 15 mezzi potrebbe trovarsi ad affrontare un aumento dei costi del carburante superiore ai 100 mila euro annui se il diesel dovesse crescere del 20–25%. Un incremento di questa entità riduce drasticamente la redditività delle tratte e spinge diverse aziende a rivedere le rotte meno convenienti o a rinegoziare le condizioni con i clienti.

Nel metalmeccanico il tema è altrettanto critico. Un’impresa con circa 12 milioni di fatturato e consumi energetici vicini ai 600 mila euro annui tra macchinari, compressori e impianti produttivi potrebbe sostenere aumenti compresi tra 120 e 150 mila euro l’anno. In molte realtà ciò significa comprimere ulteriormente margini già limitati su alcune lavorazioni e riconsiderare le produzioni meno redditizie.

Nel mondo della ristorazione, infine, l’aumento dei costi energetici incide su una struttura economica già molto sensibile alle variazioni di costo. Un ristorante di medie dimensioni con circa 1,5 milioni di euro di fatturato sostiene normalmente spese energetiche tra i 50 mila e gli 70 mila euro l’anno tra cucina, refrigerazione e climatizzazione. Con rincari nella fascia più alta delle stime, il conto potrebbe crescere di ulteriori 20–30 mila euro annui, un incremento che per molte attività si traduce in una significativa compressione dei margini.

 Il contesto italiano amplifica questa vulnerabilità. Nonostante la quota di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili abbia raggiunto il 51,8% nel 2024 (fonte: GSE – Gestore dei Servizi Energetici 2024), l’Italia rimane fortemente dipendente dal gas, che rappresenta circa il 42% della produzione energetica. Poiché una parte significativa dell’elettricità è generata da gas naturale, ogni tensione internazionale tende a trasferirsi rapidamente sui costi energetici delle imprese.

 

“È un paradosso solo apparente – continua Papa – aumentano le rinnovabili, ma finché il gas resta una colonna portante della generazione di energia elettrica la volatilità geopolitica continua a pesare duramente nei costi aziendali.”

Domenico Ciancio
Corporate Communication & Public Affairs Manager Consultant
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